L’archivio di Giulio Seniga, un riformista rivoluzionario
Sintesi del saggio di Maria Antonietta Serci · da «Credevo nel Partito», BFS Edizioni, 2011
L’archivio di Giulio Seniga, uno dei protagonisti della storia politica della Repubblica, è stato inventariato grazie a un finanziamento della Soprintendenza archivistica per il Lazio ed è oggi custodito presso l’Archivio storico della Camera dei deputati. È un ricco patrimonio documentario che racconta, attraverso le carte di un singolo militante, il tormentato percorso del movimento operaio italiano lungo le temperie del Novecento. Diari, corrispondenza, appunti, materiali di lavoro e un’autobiografia coprono oltre mezzo secolo di storia, dalla Resistenza fino agli ultimi anni del secolo e fanno di queste carte una fonte di prima mano sul percorso biografico di Seniga e su passaggi cruciali del comunismo italiano e della sinistra socialista.
Operaio e partigiano
Seniga nasce nel 1915 a Volongo, in provincia di Cremona, figlio di un bracciante e di una sarta: è un comunista di seconda generazione. Il suo apprendistato politico, come per molti coetanei, avviene in fabbrica, all’Alfa Romeo del Portello di Milano, dove lavora come operaio specializzato e poi come incaricato tecnico, entrando a far parte di quell’«aristocrazia operaia» che fa del lavoro e della competenza un valore identitario. Tutte le note autobiografiche conservate in archivio tornano su questo elemento fondativo.
Dopo l’8 settembre 1943 è tra gli antifascisti che chiedono al comando militare di Milano le armi per difendere la città; si iscrive al PCI, ripara in Svizzera e nel 1944 rientra per unirsi ai garibaldini della Val d’Ossola con il nome di battaglia «Nino». Cino Moscatelli gli affida i collegamenti tra le brigate Garibaldi e la Resistenza europea. Da qui nascono gli episodi che ne costruiranno il «mito virile» del partigiano intrepido: l’«Operazione mercurio», con cui un convoglio di metalli pregiati e bombole di mercurio viene sottratto ai tedeschi e messo in salvo in Svizzera e il cosiddetto «salto del Nino». Nel novembre 1944 Seniga cade da oltre cento metri presso il passo Cingino, ferito e privo di cure trascorre due mesi in una baita a 2200 metri prima di tornare a valle con un bastone, dove combatte fino alla Liberazione con l’incarico di ispettore militare.
Roma, l’apparato, la vigilanza
Dopo la guerra, il giovane lavora nella federazione di Cremona; nel 1947 la direzione del PCI lo chiama a Roma nella segreteria di Pietro Secchia, responsabile dell’organizzazione e vicesegretario. Dopo l’attentato a Togliatti del luglio 1948 viene costituita la commissione nazionale di vigilanza e Seniga ne diventa viceresponsabile: si occupa dei «covi segreti», gli alloggi dove i dirigenti avrebbero dovuto rifugiarsi in caso di pericolo e dei «fondi clandestini», il denaro proveniente dall’Unione Sovietica. Informazioni segrete condivise solo con Palmiro Togliatti e Pietro Secchia. In quella veste gli viene affidato il compito di pilotare un aereo per mettere in salvo Togliatti, se le condizioni politiche lo avessero richiesto.
Giulio Seniga arriva a Roma e guarda alla direzione del PCI come, per usare le sue parole, «un credente di campagna vede il Vaticano» ma proprio nel cuore dell’apparato matura la delusione. Il partigiano del nord si scontra con la realtà della politica romana, con la rigida divisione gerarchica del partito, con l’asservimento alle direttive di Mosca. Un disagio che Serci interpreta attraverso le categorie del «vento del nord» e dell’«occasione mancata»: le «due anime» del PCI, quella del nord e quella del sud, l’insofferenza dei partigiani verso l’ambiente romano. In questo senso la parabola di Seniga, proprio perché affidata a una scrittura autobiografica insolitamente franca, vale come caso esemplare. È, come recita il titolo di un fascicolo d’archivio, la «maturazione della ribellione».
Il 25 luglio 1954: il «bagaglio che scotta»
La rottura prende la forma di un gesto estremo, compiuto in una data densa di significati: il 25 luglio, anniversario della caduta del fascismo. Seniga lascia Roma per la Milano operaia con un «bagaglio che scotta» (così intitolerà un suo libro del 1973): un nucleo di documenti del partito e una somma ingente di denaro, a cui ha accesso grazie al suo ruolo nella commissione di vigilanza. Non un furto fine a sé stesso ma un capitale destinato a finanziare un progetto chiaro: la creazione di un movimento di dissidenza organizzata. Che non si tratti di un semplice beau geste lo dimostra la lettera di dimissioni a Secchia, che assume il valore di una vera e propria mozione politica. Subito dopo Milano, la Francia, in un viaggio fatto di spostamenti rapidi per depistare gli inseguitori e prendere i primi contatti con i dissidenti del Partito comunista francese.
Azione comunista e il documento di Mosca
Attorno a quel progetto nasce Azione comunista, che raccoglie sensibilità molto diverse tra loro, bordighisti, anarchici, trotskisti, operai comunisti espulsi e intellettuali critici, tenute insieme soprattutto dai periodici, a cominciare da «Lettera ai compagni». È in questo contesto che emerge uno dei documenti più controversi della Guerra fredda: il rapporto diffuso dal dirigente sovietico Molotov durante una riunione riservata dei maggiori partiti comunisti, svoltasi a Mosca dopo la morte di Stalin, nel luglio 1953, con le prime critiche al culto della personalità. Il documento viene trascritto segretamente da Secchia e conservato da Seniga come prova politica contro Togliatti, accusato di non aver dato corso alla destalinizzazione. Il rapporto diventa così il documento primigenio dell’archivio. Tenuto segreto fino al 1957, poi pubblicato a puntate su «Azione comunista», sarà diffuso ampiamente nel 1961, quando Seniga dà alle stampe il suo primo libro, Togliatti e Stalin.
Tra le inchieste di quegli anni resta esemplare quella su Marcinelle: dopo la sciagura mineraria del 1956 Seniga parte per il Belgio e pubblica un’inchiesta che addita le responsabilità padronali nelle morti sul lavoro, un tema centrale del suo impegno militante.
Verso il socialismo riformista
Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, esaurita l’esperienza di Azione comunista, Seniga si avvicina con Pier Carlo Masini al PSI di Pietro Nenni, con il progetto di rafforzarne la corrente autonomista. Elabora una strategia di lungo periodo articolata su tre fronti: finanziare la corrente riformista, costruire un sindacato unitario a maggioranza socialista, rompere l’isolamento dei socialisti riformisti intrecciando rapporti con i partiti socialisti europei, in particolare con il Labour Party britannico. Nel 1961 fonda la casa editrice Azione Comune che in venticinque anni pubblicherà una quarantina di titoli di politica ed economia, diventando un punto di riferimento per la sinistra socialista, libertaria e antistalinista.
Si iscrive ufficialmente al PSI nel 1966, scegliendo però una militanza da semplice iscritto, senza incarichi direttivi: una scelta che gli garantisce libertà intellettuale e che riflette la sua idea della politica come «dare e non avere», come contributo a un progetto e non come acquisizione di potere. È una concezione che lo rende sempre più isolato in una società in cui la politica va trasformandosi in strumento di carriera. La sua indipendenza era stata garantita, almeno fino alla fine degli anni Sessanta, dall’autonomia economica e quando le risorse si esauriscono, la casa editrice Azione Comune è costretta a chiudere e le sue richieste di un sostegno pubblico cadono nel vuoto.
Un riformista rivoluzionario
Libertà intellettuale, moralità, indipendenza, politica come valore, rifiuto del carrierismo sono, secondo l’autrice, gli elementi che hanno caratterizzato la militanza di Giulio Seniga. Pienamente immersa nelle vicende del Novecento e certo non priva di contraddizioni, la sua vita si offre come testimonianza esemplare di una militanza appassionata e disinteressata.
Le carte di Seniga non si possono del resto separare da quelle di Anita Galliussi. Cresciuta in Unione Sovietica tra i «figli del partito» dell’Istituto di Ivanovo, già nella segreteria di Togliatti a Mosca, Galliussi condivide nel 1954 la scelta del compagno e ne diventa, per oltre quarant’anni, la più stretta collaboratrice: cura la segreteria, la casa editrice Azione Comune, i viaggi e la corrispondenza. Dopo la morte del marito, nel 1999, è lei a salvaguardare l’archivio e ad avviare il riordino delle carte, prolungando quel lavoro di recupero e custodia della memoria che aveva già dedicato al padre, il militante comunista Sante Galliussi. L’archivio è dunque una fonte preziosa per la storia del Partito comunista italiano, di Azione comunista e del Partito socialista milanese e al contempo una testimonianza di un impegno politico limpido, sempre più raro.
Nota
- Sintesi del saggio introduttivo di Maria Antonietta Serci, in Giulio Seniga, Credevo nel Partito. Memorie di un riformista rivoluzionario, a cura di Maria Antonietta Serci e Martino Seniga, BFS Edizioni, Pisa, 2011.